31 maggio 2016

Dina Goldstein

Artista pluripremiata, Dina Goldstein è una fotografa canadese di origine israeliana che sfida le concezioni convenzionali dell’ideale femminile, scardinando e rivoltando quei valori che ci sono stati dati fin da bambini.

Nel 2007 la rabbia per lo stucchevole delle fiabe a lieto fine diede vita alla serie “Fallen princesses”, ovvero i ritratti di principesse decadute, eroine intramontabili che diventano improvvisamente icone di infelicità moderna: da Cenerentola ubriacona nei bar per camionisti a Pocahontas confinata nella riserva indiana, da Ariel ridotta a fenomeno da baraccone chiusa in un acquario a Esmeralda integralista islamica, Cappuccetto Rosso che vaga nel bosco e si lascia andare al vizio della gola, la candida Biancaneve casalinga disperata con quattro figli, il principe azzurro invecchiato nell’ospizio in attesa che la sua bella si risvegli.

Nel 2012 ha ideato il progetto “In the dollhouse”, prendendo come riferimento il modello di bellezza della cultura occidentale, cioè la coppia Barbie-Ken. Li mette a convivere in spazi perfetti e tutti rosa, ci racconta la loro vita, prigionieri di questa casa da favola, del loro matrimonio patinato, ma completamente vuoto. Ciò che condividono è il sogno di un’evasione con un nerboruto marine o l’accurata depilazione delle gambe. Ken capisce infatti di essere omosessuale, Barbie lo trova a letto con l’amante e, distrutta, si taglia i capelli e si dà all’alcol.

Il progetto più recente si intitola “Gods of suburbia”, analisi visuale della fede religiosa in un contesto contemporaneo. E allora ecco che l’ultima cena di Gesù si fa tra discepoli della birra, Darwin, davanti alle slot machine, si chiede che fine abbia fatto l’evoluzione e Maometto ha a che fare con ragazzini più interessati alla tecnologia.

Che siano dunque principesse della Walt Disney, bambole della Mattel o icone religiose, la Goldstein prova ad offrirci un nuovo punto di vista alternativo, soprattutto indagando su ciò che è stato dopo il finale che conosciamo, immaginando il probabile futuro dei protagonisti. Spogliando le celebri storie di qualsiasi magia e patina melensa, la Goldstein le rilegge e reinterpreta inserendo i malesseri sociali cui noi oggi siamo afflitti: solitudine, obesità, alcolismo, malattie, estinzione di culture indigene, inganno di un’eterna giovinezza. Si chiede cosa ne è stato dei personaggi, umani come noi, dopo il lieto fine e questo la spinge a sfatare gli ideali di perfezione che con le favole ci hanno sempre imposto, facendo riflettere sulla vita reale, fatta di sogni infranti, infelicità, guerra e deperimento.


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